I volti dell’ansia quando si ha un tumore

I volti dell'ansia quando si ha un tumore

L’ansia cambia nel tempo. Ma non è sempre uguale, l’ansia si modifica nel tempo “E cambia – tiene a sottolineare la psicologa – a seconda del paziente. Nella reazione emotiva alla malattia, molto dipende dalla struttura psicologica del singolo, dalla sua reattività, dalla sua personale capacità di adattamento. Dal contesto familiare e sociale, dagli amici che lo sostengono. E anche dalla capacità di comunicazione degli operatori, dagli psicologi, medici, personale sanitario, che incontra. La comunicazione gioca un ruolo importante nella gestione dell’ansia”.

Diagnosi, terapia e simbolismo. Arriva subito, l’ansia, dicevamo. Ancora prima della diagnosi definitiva. Non sono ancora chiari i dettagli della propria malattia ma la paura, l’angoscia quelle sì, già ci sono, e sono chiarissime. “La prima ansia è quella che accompagna gli accertamenti: è un tipo di emozione legata al simbolico, alla perdita della sensazione di immortalità che ci accompagna da sempre, dall’infanzia, e che è universale”. Tutti sappiamo dei successi della ricerca in oncologia, li leggiamo ogni giorno e ne gioiamo. E siamo consapevoli che di forme tumorali ne esistono tante, e che le prognosi sono molto diverse tra loro, e dipendono dal caso specifico. Ciononostante la storia della malattia, una storia oggettivamente drammatica fino a non molti decenni fa, pesa ancora molto sulle emozioni profonde. “Tanti vedono la chemioterapia come devastante – riprende  Pugliese – perché hanno un’idea storica delle cure secondo la quale la chemioterapia si fa quando non c’è più null’altro da fare. Sappiamo che non è così, ma alcuni fanno ancora fatica ad accettare l’idea di una chemio per guarire, come terapia adiuvante”.  

Qualcosa è cambiato: la solitudine del follow up.  Dopo le cure e gli interventi c’è la lunga marcia delle visite di controllo: esami periodici, inizialmente ravvicinati, poi via via più distanti tra loro, e questo per anni. Quali caratteristiche ha l’ansia nella fase di follow up? Che tipo di ansia è? “É l’ansia del confronto con il cambiamento. Questo è il momento nel quale il paziente è costretto a confrontarsi con la sua vita come è ora, dopo i trattamenti, e con i cambiamenti fisici che la cura del cancro ha provocato. È anche il momento nel quale il paziente si sente solo: ha perso il sostegno quotidiano della struttura sanitaria e degli specialisti che lo avevano in carico. Anche il sostegno dei familiari in questa fase è diverso, meno forte. Non è un momento semplice. Tuttavia – spiega la psicologa – il cambiamento non è per sempre. I pazienti lo devono sapere”.

La riabilitazione. Parliamo dunque di una fase critica, quando parliamo di follow up. Ma anche sottovalutata, sembra. “Nella fase dei controlli hanno un ruolo essenziale i percorsi riabilitativi che prendono in carico il paziente oncologico una volta completati i trattamenti. Nella nostra cultura, la riabilitazione non è uno strumento diffuso, siamo un po’ indietro. Noi – dice però la psicologa – nella nostra struttura stiamo istituendo un ambulatorio riabilitativo multidisciplinare. La riabilitazione del paziente oncologico non può che essere multidisciplinare, perché la perdita associata al cancro è multidisciplinare: c’è bisogno dello psicologo insieme ad altre figure professionali”.

Quando la malattia si ripresenta. È il momento più ansiogeno, quello della malattia che ritorna. Una recidiva, una metastasi hanno il potere di cambiare la prospettiva, completamente. “Sì, perché si è costretti a confrontarsi con qualcosa che non è più la guarigione, ma la sopravvivenza. Anche qui però – tiene a sottolineare l’esperta – la soggettività del paziente e il suo contesto amicale e familiare hanno un peso determinante. Come pure nella fase terminale – aggiunge – quando va rivista la propria intera vita. Se il paziente è solo, l’ansia è altissima, ma se ha un buon contesto intorno è possibile anche essere sereni. Dipende da noi, da chi ci sta accanto. E anche dagli operatori che si incontrano”.

La strategia vincente? Agire presto. Ecco, appunto, gli operatori, cioè i professionisti. Quali sono le strategie professionali previste per contenere i sentimenti di angoscia legati alla malattia oncologica? “La strategia vincente è la presa in carico precoce del paziente: dalla diagnosi e per tutto il follow up fino alla fase terminale. Nella nostra struttura gli psicologi sono nell’equipe a partire dalla fase degli accertamenti e per l’intero percorso. La presa in carico precoce impedisce all’ansia di diventare distruttiva. È fondamentale che non lo diventi perché può limitare la vita”.

I gruppi di supporto non sono per tutti. Nati nei paesi anglosassoni, i gruppi di supporto (o di sostegno o di auto-aiuto) da diversi decenni sono una risorsa anche in Italia. Ce ne sono di diversi tipi e dai tanti nomi, ma la caratteristica comune a tutti è la partecipazione di più pazienti a incontri periodici con o senza la guida (o la supervisione) di uno psicologo. “Sulla base della nostra esperienza clinica – commenta Pugliese – i gruppi funzionano meglio nella fase di follow up, meno in quella iniziale. Vediamo che i pazienti all’avvio del percorso di malattia cercano più spesso lo psicologo singolo che non il gruppo. Che – dice – va comunque costruito con attenzione: i pazienti vanno selezionati perché non tutti sono in grado di trarre beneficio dall’incontro con altri, alcuni raccontano di sentirsi più ansiosi dopo gli incontri”.

L’aiuto dai farmaci. L’ansia legata al cancro è una reazione normale, una normale riposta emozionale a una crisi, si diceva. Tuttavia, benché normale, l’ansia può raggiungere livelli altissimi. Quando è necessario ricorrere ai farmaci? “In alcune persone l’ansia si struttura come psicopatologica, per esempio in quelle con disturbi pregressi: chi soffre di attacchi di panico, di ossessioni o di fobie. Ecco – dice l’esperta – in questi casi il farmaco è adatto. Poi è utile nel caso di insonnia, un sintomo frequente nei pazienti. Per altri c’è il supporto psicologico: la risposta a un’ansia psicologica è psicologica”.

Il tempo è una cura. Sebbene l’ansia della malattia non passi mai del tutto, nel tempo si attenua molto. Via via che si va avanti con i controlli, l’angoscia, la paura, si riducono. È così? “È così, la famosa spada di Damocle sulla testa la si avverte sempre, ma sempre meno. Il cancro è un’esperienza molto dolorosa, ma che se si affronta bene, con tutte le risorse che si hanno a disposizione – personali, sociali e anche professionali – può diventare un’opportunità di scoperta di valori profondi e più essenziali, e di relazioni più significative. Noi lo vediamo, vediamo che può accadere”.

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